mercoledì 17 febbraio 2016

Grandi Donne: ALISON HARGREAVES, le ragioni del cuore

Quello sembrava essere il giorno perfetto. Alison Hargreaves alzò lo sguardo verso la vetta del K2 e per un breve momento deve aver provato una sensazione di ottimismo. C'erano state sei settimane di tempesta sul campo base e poi una estenuante salita di quattro giorni causa la rarefazione dell'aria a quasi 8000 metri, verso Campo Quattro, quando una parte del gruppo tra i quali l'americano Rob Slater si erano messi a discutere sui rischi della salita finale. Sì, tutti erano esausti. Sì, il tempo era sempre pieno di furiose tempeste sulla seconda montagna più alta del mondo e potevano scatenarsi su di loro in qualsiasi momento. Ma il cielo era perfettamente pulito e la decisione sembrava ovvia: la vetta era a meno di 12 ore di distanza.
Quella sera Alison Hargreaves aveva raggiunto la vetta del K2 ed era entrata nei libri dei record come la prima donna a scalare le due vette più alte del pianeta, senza ossigeno supplementare. Ma, come i giornali e le stazioni radio riportarono un paio di giorni più tardi la Hargreaves, considerata da molti come il miglior alpinista donna nella storia, e altri sei scalatori non scesero mai più dalla montagna. Una tempesta, strana anche per le altezze himalayane, si abbattè quella notte sul K2 come un uragano e con temperature sotto lo zero. E il giorno che era cominciato con tante promesse si era trasformato in uno dei disastri più dibattuti dell' alpinismo. Per la trentatreeenne Alison, spesso criticata per aver lasciato i suoi bambini a casa mentre lei rischiava la sua vita sulle grandi montagne, il K2 era solo una tappa di un ambizioso e ben pubblicizzato progetto: essere la prima donna a scalare le tre vette più alte del mondo, l'Everest, il K2 e il Kanchenjunga e senza ossigeno supplementare. La tappa Everest, nel mese di maggio, era andata sorprendentemente bene. L'alpinista scozzese raggiunse la vetta con il sole splendente. Rob Slater, capo spedizione della sua squadra e scalatore delle "grandi pareti" negli Stati Uniti, non era mai stato sopra i 5800 metri, ma quello che gli mancava in esperienza lo compensava con una grinta e un approccio quasi esaltante verso le grandi montagne. Aveva lasciato il suo lavoro di broker finanziario per allenarsi per il K2, e prima di partire per il Pakistan una rivista di arrampicata citava il suo commento: "Vertice o morire, in entrambi i casi ho vinto". 
Anche se lui e la Hargreaves non si erano mai incontrati prima di arrivare al campo base, si piacquero subito. E così la mattina del 13 agosto, dopo essersi divisi dal resto della squadra che aveva deciso di tornare indietro, Alison e Slater si uniscono a quattro alpinisti del team Nuova Zelanda-Canada, Bruce Grant, Jeff Lakes, Kim Logan e Peter Hillary, figlio di Sir Edmund, il primo sulla vetta dell' Everest nel 1953. La cordata lascia Campo Quattro per la vetta passando dallo Sperone Abruzzi. A metà mattina gli scalatori oltrepassando per The Bottleneck si uniscono a cinque alpinisti spagnoli, Javier Escartín, Javier Olivar, Lorenzo Ortiz, Lorenzo Ortas  e José Garces, che avevano iniziato da un campo superiore. Questo "collo di bottiglia" viene considerato come un punto di non ritorno perchè obbliga ad una traversata molto esposta su rocce e ghiaccio. Secondo Peter Hillary a questo punto il tempo, perfetto nei quattro giorni precedenti, ha cominciato a peggiorare. "Grandi nubi altostrati si muovevano e un forte vento sollevava la neve",  Hillary ricordò in seguito. "Li ho visti superare il traverso. Poi sono scomparsi tra le nuvole". Mentre il resto degli alpinisti continuò tra la neve, Hillary e Logan tornarono indietro convinti che una forte tempesta si stava preparando. Infatti, da una certa distanza si vedeva il K2  avvolto da fitte nuvole e nel contempo un vento polare stava raccogliendo forza da nord. Jeff Lakes preferisce tornare indietro. Intanto si avvicina il crepuscolo. Alison, in arrampicata con Javier Olivar, spingeva in alto con Slater poco distante, e alle 18.45, più di dodici ore dopo la partenza, Hargreaves e Olivar comunicarono a Campo Quattro che avevano raggiunto la vetta. Stranamente, non stava nevicando sulla vetta. "Il tempo era buono, davvero eccezionale", dice Ortas, che prende la chiamata. "Avrebbero potuto scendere facilmente alla luce della luna piena". Questo purtroppo non fu il caso.
Secondo Ortas, un vento micidiale che soffiava a 140 km/h, si era scatenato nel giro di un'ora. Le tende degli spagnoli furono distrutte e Ortas e Garces trascorsero il resto della notte rannicchiati in un unico sacco a pelo. Molto peggio più in alto dove la Hargreaves, Olivar, Slater, Grant, Ortíz, e Escartín che avevano raggiunto la vetta, stavano ritornando verso il basso. Secondo quanto riferito dalla rivista Outside, qualcuno col binocolo dal campo base vide degli alpinisti letteralmente portati via dal vento. Non ci sono furono chiamate radio, e non furono recuperati i corpi. Dei sei alpinisti saliti in vetta con lei, Javier Olivar, Rob Slater, Javier Escartin, Lorenzo Ortiz, e Bruce Grant solo Jeff Lakes riesce a sfuggire alla furia del vento. In una straziante discesa di 30 ore dal centro della tempesta, riesce a raggiungere Campo Due dove venne trascinato dentro una tenda da un compagno di squadra della Nuova Zelanda, solo per morire di sfinimento durante la notte. Come per ogni spedizione che finisce in un disastro, montarono le polemiche. La tempesta aveva davvero colto di sorpresa gli scalatori? O non avevano considerato i segni rivelatori dell' avvicinarsi del cattivo tempo accecati come erano dalla inebriante prospettiva di arrivare in cima? La risposta, ovviamente, non la si saprà mai ma secondo Josè Garces, il sole stava tramontando, il tempo era giusto e Alison stava salendo molto forte. Le sue uniche parole mentre lo sorpassava furono "Sto andando su".
Alison Hargreaves viene considerata come una dei migliori alpinisti al mondo e la prima donna a raggiungere la vetta dell'Everest, senza l'ausilio dell'ossigeno e degli sherpa, il 13 maggio 1995. Nata a Belper nel Derbyshire, in Inghilterra, il 17 febbraio 1962, ha respirato sempre aria di montagna, amore trasmesso dai genitori appassionati escursionisti. "Quando aveva nove anni, siamo andati ad arrampicarci sul Ben Nevis, la montagna più alta della Gran Bretagna" ricordava il padre a David Ellis del People. "Improvvisamente scattò davanti a noi perdendola di vista. La trovammo tranquillamente seduta 200 metri più in alto". E' una studentessa brillante, destinata ad Oxford ma scopre l'alpinismo appena adolescente grazie a Hillay Collins, docente del liceo di Belper e organizzatrice di un corso di arrampicata con la presenza del famoso alpinista inglese Peter Boardman di ritorno dalla spedizione sul Changabang. E' la folgorazione. "Io volevo arrampicare per tutto il tempo" confidò a Peter Gillman del Sunday Times. A 18 anni interrompe gli studi e contro il volere dei genitori, va a convivere con Jim Ballard, titolare di un negozio di articoli sportivi che ha quasi il doppio dei suoi anni. Otto anni dopo si sposano e hanno due figli: Tom e Kate. La Hargreaves si sente ora libera di seguire la sua passione e passa in fretta dalle pareti rocciose del Derbyshare alle vertiginose vette alpine sino ad accarezzare il sogno "Himalaya". La prima spedizione è sul Kantega (mt.6779) in Nepal nel 1986 con tre americani, Jeff Lowe, Tom Frost e Marc Twight con cui apre una via nuova. L'impresa alpinistica fa molto rumore e le fa sognare un Ottomila. Ma nel 1988 rimane incinta per cui rinuncia all'Himalaya ma non all'arrampicata, e mentre è già al sesto mese di gravidanza scala la parete nord dell' Eiger in solitaria. Alle numerose critiche lei risponde "Ero incinta, non malata". Dopo Tom, due anni dopo nasce Kate. La carriera alpinistica di Alison è però un salasso finanziario per lei e la sua famiglia, così vendono casa e si trasferiscono in Svizzera. 
Nel 1993 Alison, con al seguito tutta la famiglia, completa le sei classiche nord sempre in solitaria: Eiger, Cervino, Aiguilles du Dru, Pizzo Badile, Grandes Jorasses e Cima Grande di Lavaredo. Da questa avventura nasce "A Hard Day's Summer" di cui è autrice che però non ottiene molto successo ma la prodezza alpinistica riesce comunque ad attirare un minimo di attenzione. Il fascino dell'Everest ritorna dirompente, sia per ragioni personali che finanziarie. Nel 1994 tenta per la prima volta la montagna più alta del mondo ma per un principio di congelamento alle dita preferisce rinunciare a 500 metri dalla vetta. Pochi mesi dopo, nella primavera 1995, ci riprova e il 13 maggio raggiunge la vetta senza ossigeno e aiuti complementari. E' un successo senza precedenti. Alison Hargreaves viene accolta in Inghilterra come un'eroina nazionale. A questo punto prende in considerazione il progetto di conquistare le altre due montagne più alte, il K2 e il Kangchenjunga, tentando a poche settimane del ritorno a casa il K2 e lasciando la terza cima alla primavera successiva. Il K2 è un avversario temibile, molto più dell'Everest. E' conosciuto coma la Savage Mountain per l'estrema difficoltà di risalita che è costata la vita a molti esperti scalatori e che tutt'ora non è mai stato affrontato nella stagione invernale. Alison aspetta per settimane al campo base prima di trovare un soleggiato 13 agosto. Nel giro di un'ora dall'annuncio della vetta raggiunta, sulla parte alta della montagna si alzano raffiche di vento impressionanti. Dei sei alpinisti saliti in vetta con lei solo Jeff Lakes riesce a sfuggire alla furia del vento per poi morire al campo due. La tragedia finisce su tutti i giornali e le accuse contro la Hargreaves alimentano venti polemici forse ben peggiori di quelli che incontrò sulla fatale discesa... 
Ed Douglas e David Rose autori del bel libro "Le ragioni del cuore" scrivono di lei. "Fu prigioniera del sogno, Alison? Tutti siamo prigionieri di qualcosa, e un sogno forse non è la peggior cosa. Certo pagò un prezzo alto. Se le difficoltà sono altissime, per una «donna in carriera alpinistica», lo sono molto di più per una madre. Dietro gli stereotipi e la condanna morale, c'era una donna normale con uno straordinario talento e un'altrettanto straordinaria determinazione, piena di speranze, paure, sentimenti, virtù e colpe; una donna che realizzò grandi cose, ma che commise anche errori terribili"

domenica 14 febbraio 2016

Cena delle marmotte (sabato 13 febbraio)

Serata a dir poco fantasmagorica nella simpatica cornice della pizzeria "L'angolo nascosto" ai Novagli di Montichiari (BS) con la partecipazione di tante marmotte. Pizze gustosissime e cucina impeccabile, risate coinvolgenti, battute che si lanciano da un tavolo all'altro poi sul finire della serata ecco la chiassosa scorribanda delle Schiappers con la loro personalissima reinterpretazione del Festival di Sanremo...ops! di San Scemo, affidata a quattro Signore della canzone italiana, una vaporosa Milva, la "barcaiola" Orietta Berti, una timidissssssima Gigliola Cinquetti e la fatalona Patty Pravo.

sabato 16 gennaio 2016

Grandi Donne: ROSITA FORBES, da Kabul a Samarcanda

Spulciando antiche impronte di viaggi lontani e di intrepide avventuriere, donne di quel primo tumultuoso Novecento che infischiandosene di convenzioni ed etichette sociali, presero la via dell'avventura. Rintracciare le loro memorie di viaggio spesso è un'impresa titanica ma si trova anche l'occasione di sbattere il muso in qualche buon libro che ne traccia le gesta riportando alla luce profili di donne eccezionali. Donne come Rosita Forbes. Il pretesto è una selezione degli scritti di viaggio 1919-1937 raccolti in un libro da Margaret Bald e che ha gettato una luce nuova su questa instancabile viaggiatrice. Nata come Joan Rosita Tor il 16 gennaio 1890 e cresciuta in una famiglia della piccola nobiltà terriera del Lincolnshire, in Inghilterra, Rosita cresce con la grande voglia di avventura ispirata anche dai racconti della nonna scozzese-spagnola che aveva attraversato le Ande a cavallo. E la prima occasione di viaggiare fuori dai confini europei avviene con il matrimonio nel 1911 con un ufficiale dell'esercito scozzese, il colonnello Ronald Forbes, e con lui si reca in India, Australia e Sud Africa.
Ma quando il marito viene richiamato a Londra, preferisce dare in pegno il suo anello di nozze e parte in solitaria tra gli Zulu. Durante la Prima Guerra mondiale, dopo aver divorziato, si offre come autista di ambulanza in Francia ma appena terminato il conflitto Rosita intraprende un viaggio che in tredici mesi, in compagnia di un'altra viaggiatrice, attraversa una trentina di paesi del sud-est asiatico descritti poi nel suo primo libro "Unconducted Wanderers", libro che passò praticamente inosservato nonostante le critiche lusinghiere del Times. "Il viaggio perfetto non è mai finito, l'obiettivo è sempre sulla sponda opposta del fiume, oltre la montagna successiva. C'è sempre un'altra pista da seguire, un altro miraggio da esplorare". Tornata a Parigi nel 1918, lavora come giornalista e da un editore viene spedita a scrivere alcuni pezzi sulla colonizzazione francese del Nord Africa. Nel 1921 si risposa con il colonnello Arthur McGrath, al quale rimane legata per 40 anni. Nelle cronache dell'epoca Rosita fece scalpore per il suo abito da sposa nero accompagnato da un bastone da passeggio. Ma il suo viaggio più famoso avvenne durante l'inverno del 1920-1921 quando in compagnia dell'esploratore egiziano Ahmed Hassanein Bey decide di attraversare il deserto libico per raggiungere la mitica città di Kufra, vietatissima agli occidentali. Dopo sei mesi di preparazione si unisce ad una carovana per raggiungere questa oasi dispersa nell'immenso Sahara. Kufra era sulla via commerciale dei sanusi, una tribù beduina che aveva occupato la città espellendo gli antichi abitanti. Per tutti gli stranieri trovarsi in città poteva significare morte certa e Rosita viaggiò travestita da donna araba nelle vesti di una circassa di nome Sitt Khadija. Il viaggio non fu affatto semplice, lei e la sua guida furono derubati, poi presi prigionieri dai beduini e travolti da tempeste di sabbia ma ebbe un clamore incredibile attirando le antipatie di un'altra grande viaggiatrice, Gertrude Bell, che considerava la Forbes solo una ragazzina molto abile a farsi pubblicità.
Rosita raggiunge comunque l'obiettivo divenendo la prima donna non musulmana ad entrare nella città di Kufra e riuscendo a documentare fotograficamente la città e i suoi abitanti, il tutto raccontato nel libro "Il segreto del Sahara: Kufara" che la rende famosa, un diario di viaggio in cui il senso del pericolo e dell'avventura trasuda in ognuna delle sue pagine. Ma Kufra è solo l'inizio per lei. Nel 1924 si reca in Marocco e fa la conoscenza del sultano berbero El Raisuni, autore di innumerevoli rapimenti di cittadini occidentali, una figura che la Forbes renderà celebre nell'impalpabile tratteggio biografico "El Raisuni, il sultano delle montagne" e che ispirerà, in maniera decisamente romanzata, il film di John Milius "Il vento e il leone" (1975) con Sean Connery e Candice Bergen. L'anno successivo si sposta verso l'Abissinia immortalando il viaggio nel documentario "Dal mar Rosso al Nilo azzurro" di cui rimangono oggi purtroppo solo 6 minuti girati. Tra il '25 e il '30 si dedica alla scrittura e al giornalismo per 
il Daily Telegraph e due delle sue novelle "africane"  sono portate sul grande schermo: "Fighting for Love" nel 1927 e "Lo sceicco bianco" girato nel 1928. Negli anni 1929-1930 riprende a viaggiare percorrendo la Siria, Palestina, Iraq e Giordania e poi nel cuore dell'Asia sino alle estreme frontiere russe a cui segue un tour con il marito in Sud America, quasi quarantamila chilometri di cui metà percorsi su un piccolo aeroplano guidato dalla stessa Forbes! Nel 1935 attraversa l'Afghanistan, paese inaccessibile agli stranieri e ispiratore del libro "La strada proibita: da Kabul a Samarcanda". Rosita Forbes voleva arrivare a Samarcanda! Ci sono voluti sei anni per ottenere i permessi governativi per poter superare la frontiera russa. Rosita atterra in India, percorre il Gange in barca sino a Varanasi e raggiunge Peshawar, che allora era colonia delle Indie Britanniche. Affitta un'automobile con autista e caricata di materiale cinematografico, attraversa il Khyber Pass raggiungendo Jalalabad e Kabul.
Visita i Buddha giganti di Bamiyan, poi attraverso il Mazar Pass arriva a Mazar-I-Sharif considerata la Mecca dell'Asia Centrale. Con la ferrovia oltrepassa il confine russo per poi arrivare finalmente a Samarcanda. Nel 1940 pubblica "These Men I Knew" interviste ai leader del tempo, Hitler, Goebbels, Stalin e Benito Mussolini fra i tanti altri. E' in questo periodo che decide di stabilirsi col marito ad Eleuthera, un'isola quasi disabitata nelle Bahamas. 
Quando nel 1944 pubblica la sua biografia "Gypsy in the sun" è ormai un'autrice consacrata. E' singolare che in tutta la sua carriera di scrittrice abbia cercato di sfatare la visione distorta degli arabi agli occhi occidentali e che, paradossalmente, dai tratteggi dei suoi romanzi rifletteva gli stessi stereotipi che tentava di sfatare. Ha intervistato gli uomini potenti dell'epoca e scritto romanzi, memorie di viaggio, novelle e articoli per le più importanti testate giornalistiche sino alla fine degli anni Cinquanta. La Forbes, che nelle sue apparizioni pubbliche si vestiva in modo impeccabile, divenne agli occhi del pubblico "l'esploratrice che viaggiava con il rossetto" quanto di più lontano dalla sua realtà di viaggiatrice. La grande scrittrice scompare il 30 giugno 1967. Di Rosita Forbes rimangono i suoi ricordi di viaggio dove sapeva coniugare con superbo stile di scrittura, gli aspetti sociali dei paesi visitati e un innato senso dell'umorismo, al di fuori di tutte le convinzioni e che ne fanno ancora oggi una figura attualissima.

sabato 2 gennaio 2016

Fine 2015 a Monte Bondone (Trento)

Serata effervescente e finale 2015 scoppiettante con le marmotte a Monte Bondone (Trento). In un inizio di serata non particolarmente freddo a simili altitudini (siamo pur sempre a 1650 metri!) e con la neve grande assente di questo incredibile inverno, il gruppone di marmotte ha allegramente invaso le sale dell'Albergo Vason nel giorno in cui si saluta il vecchio anno tra mille pronostici e progetti importanti. Già all'imbrunire i maestri di sci del Bondone avevano dato vita alla tradizionale fiaccolata notturna scendendo veloci lungo la pista innevata del Palon, poi l'attenzione si è spostata tra le calde atmosfere gastronomiche della notte di san Silvestro trovando palati piacevolmente coinvolti dall'ottima pizza di Vito, o' pizzaiuolo, e da gulash e canederli, piatti tipici della cucina trentina.
E poi restare col fiato sospeso in attesa del conto alla rovescia, lo spumante in posizione da stappare nell'attimo cruciale, il panettone...meno 3...2...1...e via ai festeggiamenti!!
Ciao ciao 2015, benvenuto Anno Nuovo! Tra saluti e abbracci ecco apparire le Schiappers con le loro strampalate e divertenti esibizioni musicali, tra umorismo e macchietta comica. E mentre il di jei scatena la piazzetta del Vason portando la notte verso ore piccolissime, il giovane duemilasedici ci emoziona subito con una splendida giornata di sole e d'azzurro.