lunedì 26 agosto 2024

Giro in canoa sul Mincio - domenica 25 agosto

Ci ritroviamo in una calda mattinata di domenica sul pontile dell'Associazione Remiera Peschiera con la curiosità di avventurarsi in uno slalom dinamico tra le tranquille correnti del fiume Mincio per poi lasciarsi avvolgere dalla magia del lago di Garda. Dopo alcune veloci spiegazione della nostra esperta canoista Grazia, che per qualcuna appaiono semplici se non ovvie - cosa ci vorrà per far andare avanti una canoa - le nostre marmotte salgono ad una ad una sulle canoe mentre più complessa appare la manovra per salire sulle poche biposto messe in acqua, ed iniziano a pagaiare ma...dove sono lo sterzo e il freno? Si prova a capire come fare tra i richiami della nostra istruttrice. Se si pagaia a sinistra si va a destra e viceversa. La situazione dalla riva appare paradossale e divertente. La canoa sembra vivere di vita propria e si diverte a seguire le pazzie della corrente del Mincio che le spinge una volta a destra e l'altra a sinistra.
Qualcuna gira attorno a se stessa, altre procedono a zig zag, una canoa si ritrova "incastrata" nelle alghe della sponda e le canoe doppie procedono nell'assoluta mancanza di una pagaiata sincronizzata. Piano piano, facendo i movimenti con maggiore attenzione e iniziando ad apprezzare come ci si muove in questo ambiente che inizialmente sembrava ingovernabile, le canoiste iniziano a controllare la leggera imbarcazione oltrepassando il ponte ferroviario a sette arcate, comunemente chiamato "Setteponti" e spingendosi chi lungo i fianchi del bastione Cantarane, il bastione più a sud della fortezza costruita dalla Serenissima, chi sfiorando l'isola dei Terrai per poi entrare nel porticciolo. Del resto in canoa è possibile ammirare i luoghi da una prospettiva inedita visitando posti spesso invisibili poiché inaccessibili via terra. Il ritorno è trionfale. Ormai non si fa più caso all'acqua che, scorrendo lungo la pagaia sollevata, prosegue il suo percorso lungo il braccio, l'ascella, il fianco fino all'interno della seduta che continua a riempirsi. Giunte al pontile qualche intrepida si concede anche una nuotata nel Mincio prima di proseguire tutte insieme per un aperitivo al Ristorante 7 ponti , locale informale in riva al sacro fiume.

lunedì 12 agosto 2024

Escursione ai laghetti di Ponteranica in Val Brembana - domenica 11 agosto

Per raggiungere i Piani dell'Avaro, che offre uno dei paesaggi più ampi dell’Alta Val Brembana, si segue la comoda statale 470 che porta a Cusio dove poi bisogna fermarsi per acquistare il pass giornaliero, di soli 2 euro, per il transito dei veicoli a motore. Da questo punto ci aspettano altri sette chilometri di salita lungo una strada ricca di tornanti e panorami sulla vallata prima di concludere la sua corsa in corrispondenza dell’Albergo Rifugio Monte Avaro. Nella zona c'è gran fermento oggi perché si svolgerà la 23ma edizione del Campionato cani da pastore per bovini ormai diventato il trofeo più importante del genere nel nord Italia con la mandria messa a disposizione dai fratelli Patrik ed Erik Giupponi di San Pellegrino con la quale si sono misurati i cani di quasi cento concorrenti arrivati dalla Lombardia ma anche dal Piemonte, dalla Svizzera e persino dalla maremma laziale. Per la cronaca il trofeo è andato a Mosca di 4 anni "guidata" da Michele Dedei, allevatore di Teglio in Valtellina, avendo seguito le fasi finali di una gara davvero inconsueta, di ritorno dai laghetti. Un passo indietro e torniamo alla nostra escursione. Lasciato alle spalle il rifugio che andava affollandosi si prende il sentiero Cai 109
 superando poco dopo un carro mungitore per bovini e incrociando poco oltre il bivio a destra in direzione dei Laghetti di ponteranica segnati a h 1.30. Sulla nostra sinistra lo sterrato si trasforma nel sentiero Cai 109A che sale al Colletto del Monte Avaro e prosegue per il Rifugio Benigni. Questo tratto presenta alcuni punti ripidi con terreno sconnesso quindi bisogna prestare attenzione! Proseguendo tra stretti tornanti e gradoni di roccia naturali guadagniamo rapidamente diversi metri di dislivello e ben presto si raggiunge il bivacco chiamato "Baitel".
Troviamo la porta aperta dando un'occhiata all'interno: è una struttura molto spartana, dove sono presenti solamente tavoli e letti ma il tutto molto pulito e in ordine. Da questo balcone naturale la vista si estende su tutto il pianoro erboso dell’Avaro, abbracciando anche le montagne e tra le più alte spiccano Corna grande, il Pizzo Arera ed il monte Venturosa. Proseguendo la salita diventa più morbida ed il sentiero si allarga nuovamente. Stiamo di fatto risalendo in diagonale il versante del monte Triomen, puntando a raggiungere i 2050 metri di quota, punto in cui scavalleremo la montagna e potremo così iniziare a scendere lungo il versante nord. Nei successivi tratti di sentiero superiamo un piccolo torrente, incrociamo un paio di cartelli e affrontiamo alcuni tratti sassosi dove la traccia sembra essere scomparsa quasi del tutto. Giunte al congiungimento con il sentiero 101 proseguiamo sul tracciato quasi pianeggiante tagliando in due le morbidi pendici erbose del monte. sulla breve salita arriviamo ad un altro cartello CAI che indica i laghetti a soli 25 minuti. Ultimo sforzo e arriviamo ai bellissimi Laghetti di Ponteranica. La giornata, particolarmente limpida sino a quel momento, si ricopre di nuvole nebbiose che sembrano puntare sulla piccola conca rocciosa all’interno della quale sorgono i due specchi d’acqua, i laghetti di Ponteranica Inferiore (mt 2109) e Superiore (mt 2125).
Particolarmente interessante dal punto di vista fotografico è proprio il contrasto tra la roccia viva delle montagne che sovrastano i laghi (Triomen, Valletto e Ponteranica) e la rigogliosa erba ricca di fiori che si estende invece sulle pendici tutta attorno a noi e che risale per qualche centinaio di metri mischiandosi alla roccia. Gli specchi d’acqua sono di modeste dimensioni, ma il bel colore smeraldo dell’acqua, l’erba verdeggiante delle sue sponde e le immense pareti rocciose che lo circondano creano un colpo d’occhio veramente emozionante. Il ritorno avviene sullo stesso tragitto. Dieci chilometri più in basso arriviamo a Santa Brigida, piccolo centro della 
Val Averara, laterale dell'alta Val Brembana, dove polenta, casoncelli e fresche birre sono le assolute protagoniste della Sagra della Taragna.


PARTENZA: Albergo 
Rifugio Monte Avaro (mt 1750)
SEGNAVIA: Cai 109
DIFFICOLTA': E
DISLIVELLO: mt 500
ALTITUDINE: mt 2251
LUNGHEZZA: km 7,5

domenica 28 luglio 2024

Zaino in spalla lungo la Val Grande (Valcamonica) - sabato 27 luglio

La bellissima Val Grande si "apre" dietro l’abitato di Vezza, prosegue per oltre venti chilometri fino a giungere all’imponente ghiacciaio di Pietra Rossa a 3212 metri ed è percorsa dal torrente omonimo che poi va a sfociare nell'Oglio. E' la più lunga delle valli camune dalla peculiare conformazione perché va ad estendersi in modo pianeggiante all’interno del Parco Nazionale dello Stelvio. Negli ultimi anni è diventata luogo privilegiato per gli ungulati che, durante la stagione degli amori fra settembre e ottobre, scorrazzano lungo i costoni erbosi, ma non mancano gli altri animali tipici della fauna alpina d’alta montagna, qui particolarmente protetta. Si possono udire i fischi delle marmotte, intravedere i simpatici musetti di scoiattoli ed ermellini. Non mancano volpi, lepri, ricci, ghiri e faine, più rari sono tassi e donnole. Se poi si presta attenzione si ascolta il melodioso cinguettio delle numerose famiglie di uccelli di piccole dimensioni dalle forme e dai colori più svariati e sgargianti. Non mancano il francolino di monte, la poiana, lo sparviero, il gufo e la pernice bianca e molti rapaci. Su tutti domina in alto nel cielo il volo della maestosa aquila reale e da qualche tempo è possibile avvistare anche il gipeto. E poi una moltitudine di meravigliose farfalle! Una riserva naturale da vivere e ammirare nelle sue mille sfaccettature.
La Val Grande ha due accessi principali: da Grano e da Tù, entrambe frazioni di Vezza. In questo articolo abbiamo descritto l’itinerario con partenza da Grano per la maggior varietà di paesaggi che si incontrano soprattutto nella prima parte dell’escursione
.
Da Piazza 4 luglio 1866, centro del piccolo e caratteristico borgo di Vezza d’Oglio, si supera il ponte sul torrente Grande seguendo le indicazioni per Grano. Una volta parcheggiato in località Rosolina (mt 1325), si imbocca una strada a fondo di cemento e pietre. Dopo una decina di minuti di cammino incontriamo le prime baite in località Vartighera (mt 1380), successivamente il torrente Grande, che scende dalla val Paraolo, con la nuova diga della centrale idroelettrica e arriviamo in località Plasabus dove è presente un pannello del parco (mt 1414). Proseguendo, al bivio in località “Le Roche” (mt 1464) incontriamo la strada acciottolata proveniente da Tù e da questo momento si segue un'unica strada. Entriamo per un breve tratto nel bosco. Si prosegue su fondo che alterna tratti sterrati a tratti acciottolati. 
Qui la pendenza aumenta leggermente e, al termine della breve salita, raggiungiamo la Locanda della Val Grande in località Scudeler. Alla locanda ci fermeremo nel ritorno. Superiamo splendidi cavalli al pascolo e successivamente delle rovine di antiche costruzioni, i Cüciarei. Lo scenario adesso cambia, la valle si apre sempre di più e il corso del torrente Grande, gonfio d'acqua, accompagna i nostri passi mentre raggiungiamo una piccola chiesa, la Chiesetta di Carèt a 1726 metri, che ricorda quelle del Far-West. Superato anche lo chalet Bramito, adagiato su un bel pascolo pianeggiante, in lontananza a quota 1785 metri vediamo stagliarsi la bianca sagoma di Malga Val Grande dove viene prodotto formaggio tipico. 
Si può proseguire oltre in direzione del bivacco Occhi situato in località Plas de l’Asen (mt 2047). 
Il ritorno avviene lungo il percorso di salita.


PARTENZA: località Rosolina (mt 1325)
SEGNAVIA: Cai 102
DIFFICOLTA': E
DISLIVELLO: mt 460
ALTITUDINE: mt 1785
LUNGHEZZA: km 11

lunedì 15 luglio 2024

Claude Monet a Padova - sabato 13 luglio

Capita a volte che una selezione di opere di un famoso museo internazionale si sposti in blocco per realizzare in Italia una mostra con i capolavori provenienti da quella sola sede museale, sottolineando generalmente il concetto e la straordinarietà dell’evento già nel titolo stesso, che vede il ripetersi dell’ormai usuale formula “Capolavori da... ” seguito dal celebre museo prestatore di turno. Un’operazione condivisibile o meno che tuttavia dà la possibilità di ammirare in Italia capolavori di importanti musei stranieri senza andare all’estero. E ora si ripropone questo modello a Padova con la mostra Monet. Capolavori dal Musée Marmottan Monet di Parigi nel penultimo giorno di apertura al Centro Culturale Altinate San Gaetano, curato da Sylvie Carlier, direttrice delle collezioni del Musée Marmottan Monet.
In occasione della mostra padovana sono arrivati in Italia sessanta capolavori del museo che custodisce la più grande raccolta al mondo delle tele di Claude Monet per raccontare le varie tappe della ricerca artistica del pittore, dagli esordi ai suoi soggiorni in Olanda, in Norvegia e a Londra, fino a giungere alle sue grandi tele con le Ninfee e i Glicini. Si ha modo di ripercorrere, attraverso le sei sezioni espositive, i momenti fondamentali della produzione del maestro dell’Impressionismo nell’anno in cui ricorrono i 150 anni dalla nascita del movimento francese, ovvero da quella prima mostra impressionista che si tenne a Parigi, nello studio del fotografo Félix Nadar, al numero 35 del Boulevard des Capucines, il 15 aprile 1874. E di osservare da vicino molte delle opere che lo stesso Monet custodì gelosamente, senza volersene mai separare, nella sua casa di Giverny fino alla sua scomparsa. 
La mostra di Padova si apre con il Ritratto di Michel Monet realizzato nel 1880 quando il figlio Michel aveva solo due anni e mezzo. È invece del 1867 il ritratto qui esposto di un giovane Claude Monet realizzato dal pittore Carolus-Duran come anche il ritratto sempre qui esposto che Pierre-Auguste Renoir fa a Monet mentre legge il quotidiano L’Événement e fuma la pipa o ancora il ritratto che Gilbert Alexandre de Séverac compie di un Monet ventiquattrenne limitando la gamma cromatica ai toni del marrone su sfondo neutro. Per raccontare la pittura di Claude Monet non si può non parlare della luce con i suoi riflessi che inonda i paesaggi impressionisti, insita nei quadri che il pittore realizza all’aria aperta, quella luce unica che viene trasposta dalla natura alla tela, considerando che non vengono rappresentati i colori reali, bensì l’interpretazione di essi a seconda della luce qui ben testimoniato nel dipinto La spiaggia di Trouville che Monet realizzò nell’estate del 1870. Qui Monet  si concentra soprattutto sugli effetti della luce tra cielo e mare nonché sullo studio della pittura en plein air, per cui tutto ciò che è in secondo piano risulta meno definito rispetto a ciò che sta in primo piano e Il treno nella neve. La locomotiva del 1875 realizzato ad Argenteuil. Vedute invernali che permettono al pittore di misurarsi con nuovi effetti di luce e di contrasto, evidenziando le sue doti di colorista. 
Si susseguono quindi sotto i nostri occhi La spiaggia di Pourville, sole al tramonto in cui il pittore rende le variazioni della luce e del sole al tramonto che riflettono sul mare, sulla spiaggia, sulle scogliere e che creano suggestive sfumature nel cielo. Barca a vela, effetto sera, dipinto sulla spiaggia di Étretat: al centro della marina è raffigurata scura una barca a vela, in contrasto con i toni pastello che vanno dal giallo al rosa che occupano l’intera scena e che creano una soluzione di continuità tra cielo e mare. Campo di iris gialli a Giverny in cui i fiori sono resi con tocchi gialli accostati che diventano pennellate sempre più ampie in secondo piano. Ci si sposta poi nella pittura en plein air della Norvegia, dove Monet soggiornò tra febbraio e marzo 1895, a quella di Londra, dove l’artista soggiornò varie volte dal 1870 al 1901. Troviamo esposto Londra. Il Parlamento. Riflessi sul Tamigi  
il dipinto del 1905 che raffigura in controluce la silhouette del Parlamento nell’ora del tramonto, espediente che gli permette di creare scintillanti riflessi sul Tamigi. Questo è anche uno degli ambienti più suggestivi del percorso espositivo dove è stata collocata al centro della sala una seduta circolare sulla quale vengono proiettate immagini di alcune opere del pittore a tema. Un altro capitolo fondamentale della vita e dell’arte di Monet è il trasferimento nella sua proprietà di Giverny, dove trascorre gli ultimi vent’anni della sua esistenza circondato dalle sue tele, che si popolano di fiori, e soprattutto dal suo giardino.
È proprio questo infatti il tema della successiva sezione: il visitatore si trova attorniato da tele con iris dai petali blu-viola, emerocallidi e ninfee, fiori che si trovavano nel suo splendido giardino acquatico di Giverny, nel quale si rispecchiavano anche i salici piangenti che il pittore aveva fatto piantare intorno allo stagno. E ancora, segue un ambiente quasi circolare al cui centro è collocata una seduta che mostra a rotazione immagini di ninfee: sulle pareti tornano tele con ninfee e iris, questa volta gialli. Tema sono le Grandi Decorazioni: i monumentali pannelli con le Ninfee, a cui Monet lavorò fino alla sua scomparsa, che portarono alla realizzazione delle celebri sale ovali dell’Orangerie. 
L’ultima sezione documenta infine un netto cambiamento sia nei colori che nelle forme, arrivando persino quasi all’astrazione, come nel caso del dipinto Il giardino di Giverny, dove vengono eliminati i dettagli realistici mantenendo solamente ampie masse cromatiche. I marroni, i rossi, i gialli dominano in queste opere, come si vede nello Stagno delle ninfee, ne Il viale delle rose, ne Il ponte giapponese o nel Salice piangente. Un cambiamento dettato dai problemi alla vista che gli alteravano la percezione dei colori, ma che lo conduce probabilmente in maniera inconsapevole a una pittura estremamente moderna e più gestuale.
Il percorso espositivo si conclude con due grandi tele allungate dedicate ai glicini, piante che nella casa di Giverny si arrampicavano e ricadevano sull’arco installato sul ponte giapponese. Le grandi dimensioni e la forma allungata richiedevano una collocazione adeguata: erano infatti destinate a decorare il padiglione del giardino dell’hôtel Biron di Parigi (l’attuale Musée Rodin), ma il progetto venne abbandonato in favore dell’allestimento dell’Orangerie. 
Attraverso tutte queste opere siamo andate a ripercorrere l’intero universo artistico di Monet e i temi che hanno caratterizzato la sua produzione, dagli esordi alle Grandi Decorazioni che sfociano nell’astrazione. Un percorso cronologico scandito in modo lineare nelle diverse sezioni tematiche arricchite anche da un percorso didattico sulla luce e sui colori. Anche se essenzialmente non aggiunge nulla alla conoscenza del padre dell’Impressionismo, visitare la mostra di Padova è stata una occasione imperdibile.

(fonte: Ilaria Baratta finestresullarte.info)