giovedì 21 febbraio 2013

Lo scaffale: ABITO IN PARADISO

Capita di rovistare fra periodici ormai in disuso e libri che ciondolano pigramente in qualche angolo di libreria, in questa curiosa ricerca a metà fra la necessità di fare ordine e la curiosità del vediamounpòsemiricordo, e capita anche di ritrovarmi tra le mani il volumetto di Chantal Mauduit  "Abito in paradiso" pubblicato una decina di anni fa.
Chantal, fortissima alpinista francese, se l'è portata via una valanga nel maggio del 1998, col fido sherpa Ang Tshering, mentre dormivano al Campo 2 sul Dhaulaghiri a 6500 metri nel momento in cui cercava di far suo l'ennesimo sogno, l'ennesima montagna da ottomila, l'ennesima cima che porta, appunto, in Paradiso lassù dove il confine tra vita e morte rimane labile e impercettibile come un alito di vento.
Lei che aveva raggiunto ben sei Ottomila senza ossigeno e spesso in solitaria, aveva attraversato le Patagonia, sfiorato le Ande....
Questa francesina, che sapeva coniugare l'esperienza  rocciosa dell'alpinista con le liriche di Baudelaire e Brassens, ha saputo profondere l'immensa sete di onde emozionali nelle note dei suoi viaggi, attraverso le immagini dei tramonti e delle albe del mondo, negli incontri che si affollavano durante le numerose ascensioni. Per lei tutto si traduceva in segni sequenziali da riporre su pagine bianche in cui l'alpinismo era baricentro poetico, rompendo la successione temporale degli eventi incalzati piuttosto dalla visione per certi versi onirica di ogni singolo episodio vissuto.
E' un viaggio incitante quello di Chantal in "Abito in paradiso" tracciato da una donna rivolto alle donne troppo spesso schiacciate da una società che cerca di piegare il femminile alle sue modalità di comportamento snaturandone il contesto umano,  tangibile ancor oggi  nell'alpinismo, un mondo ancora profondamente sessista.
La prefazione del libro quindi non poteva che essere affidata ad un'altra grande alpinista, Nives Meroi. "Non ho conosciuto Chantal. L'ho fatto adesso leggendo questo libro. All'inizio è stato un incontro difficile, quasi conflittuale, ma lentamente si è rasserenato. Riga dopo riga mi sono avvicinata a lei e al suo cuore, così diverso, forse così simile al mio".
Un libro che si legge velocemente, forse anche troppo. Alla fine avresti voluto continuare la sua lettura, avresti desiderato più pagine, avresti voluto condividerne gli istanti per fissarli nella memoria. Per sempre.

Chantal Mauduit
ABITO IN PARADISO
Editore: Versante Sud, 2003
Pagine: 192

sabato 8 dicembre 2012

RENOIR: la "joie de vivre" - 8 dicembre

 Siamo alle battute finali de "Renoir, la vie en peinture" proposta tra le mura del Castello Visconteo di Pavia. L'iter espositivo presenta una quarantina di opere tra dipinti, pastelli e disegni alcuni dei quali per la prima volta in Italia. La mostra sul grande maestro francese, uno dei padri dell'Impressionismo che tanto rivoluzionò il concetto pittorico dell'epoca gettando le basi per le nuove sperimentazioni che a questo movimento seguirono, è obbligatoriamente una selezione rispetto all'effettivo volume di tele create da Renoir nella sua lunghissima carriera ma ha il merito di saggiare oculatamente la lunga fase costruttiva sfociata nella creazione del gruppo nella seconda metà dell'800. "Una mattina, siccome uno di noi era senza nero, si servì del blu:era nato l'impressionismo" citazione celeberrima affidata alla Storia a voce di Renoir!
Definito universalmente tra i più raffinati esponenti del movimento artistico, l'esposizione ripercorre la sua evoluzione artistica dai primi passi, giovanissimo assistente di bottega, all'incontro risolutivo con i vari Sisley, Monet, Bazille seguaci appassionati di quella "joie de vivre" che caratterizza tutta la proposizione pittorica.  A differenza degli altri impressionisti, Renoir incentrò la propria attenzione sulla figura umana non come parte incidentale dell'opera, con l'uso sapiente e gioioso dei colori, sintesi concettuale a cui rimase comunque fedele nella sua lunga evoluzione strutturale e "Les baigneuses" del 1918 ne è esempio notevole e suo testamento artistico.

lunedì 12 novembre 2012

Il Pasubio e poi fino al rifugio Vincenzo Lancia

Il Pasubio, massiccio dalla possente struttura quadrata, è l'anello di congiunzione tra le Piccole Dolomiti e la regione degli altipiani. Ma è una montagna "ferita", ferita dall'uomo che ne sconvolto la struttura morfologica  lasciando dietro di sè solchi che penetrano nel cuore più profondo della montagna  in un alienante labirinto di crateri di granate, di trincee, di gallerie. Lo scenario è quello della Prima Guerra Mondiale, drammatico apogeo della follia umana. Il Pasubio divenne un caposaldo difensivo di grande rilievo strategico e per questo motivo fu lungamente conteso dalle opposte forze combattenti in uno stillicidio crudele anche per le terribili condizioni climatiche a cui furono sottoposti i soldati e con la spettrale Morte Bianca che riuscì a decimare le truppe ancor più delle bombe. Uno fra questi uomini fu il grande poeta Eugenio Montale, soldato in Vallarsa, che dedicò al massiccio la poesia "Valmorbia". In questa parte d'Italia è più che mai viva la memoria storica della Grande Guerra. L'imponente serie di sentieri presenti sul territorio ricalcono le antiche mulattiere militari e le numerose tracce di roccheforti sui versanti del rilievo pasubiano ne sono la diretta testimonianza. Ma se i luoghi ci riportano ad una antica memoria, il sole invita a più piacevoli ricordi e oggi il Pasubio ci consiglia una bella sgambata sino al rifugio Vincenzo Lancia a quota 1825 metri!
Si parte da Rovereto e subito si inizia a salire proseguendo per l'abitato di Trambileno e successivamente per la sua frazione Giazzera a metri 1092. Stiamo risalendo la Valle dell'Orco, già postazione militare austriaca e principale via d'accesso alla regione del Pasubio, e il respiro della montagna è già con noi. Ora si può abbandonare l'auto e zaino in spalla si punta al rifugio seguendo il segnavia 101. Dopo un breve tratto di tranquilla camminata si risale un prato che ci porta successivamente ad un bosco di grande suggestione, per sbucare infine su una strada forestale. Con passo continuo si arriva alla piana Cheserle a 1360 metri dove c'è l'omonima malga. Ora la strada s'impenna maggiormente e con qualche scorciatoia quasi "caprina" in un'ora e mezza ecco all'orizzonte il rifugio che domina i prati dell'Alpe di Pozze. Il Lancia fa da riferimento ad una estesa rete di segnavie perfettamente segnalate che permettono di esplorare tutto il gruppo montuoso e passare da un versante all'altro del Pasubio. A dire il vero all'interno della baita avvistiamo dell'ottima torta di pere e cioccolato e dimentiche per un momento delle bellezze della zona ci pregustiamo questa semplice ma gustosa plelibatezza!
Il rifugio Vincenzo Lancia è situato nel cuore del Pasubio e costruito sopra i resti di una preesistente costruzione austroungarica.
L'opera voluta dal grande alpinista Amedeo Costa in memoria dell'amico Lancia, pioniere dell'automobilismo italiano, vide la posa della prima pietra nel luglio 1938 e, con il prezioso apporto della stessa popolazione di Trambileno, un anno dopo era già completata per essere successivamente donata al CAI come promesso dallo stesso Costa. Più elevata rispetto al rifugio c'è la chiesetta alpina dedicata a San Giovanni Gualbero, patrono dei forestali, costruita negli anni Sessanta. Nel nostro procedere incrociamo testimonianze dell'antica guerra solidificate dal Tempo e quasi sospese in equilibrio armonico con la stessa natura. L'aria sa di buono, i sentieri si elevano per poi ridiscendere improvvisi e solo la visione in lontananza di alcuni nuvoloni che hanno tanta voglia di farci paura, consigliano i nostri scarponcini a riportarci allegramente alla base di partenza! 

sabato 13 ottobre 2012

"Raffaello verso Picasso" a Vicenza (sabato 13 ottobre)

La mostra "Raffaello verso Picasso - storia di sguardi, volti e figure" ha aperto i battenti lo scorso 6 ottobre nella restaurata Basilica Palladiana di Vicenza. Quasi un centinaio le opere provenienti dai più importanti musei del mondo suddivisi in quattro sezioni "a soggetto", strumenti di lettura del segno pittorico nell'empirico umano, in un viaggio immaginario attraverso cinque secoli di impronte artistiche. L'input itinerante non necessariamente cronologico, diventa pretesto per i continui rimandi, filiazioni, stilemi della figura intesa come indagine dell'anima posta in correlazione al mondo circostante. La rassegna si presta ad un'analisi attenta sulla forma, attraverso il volto o l'interezza del corpo, per raccontarne i diversi raffronti, dalla perfezione delle configurazioni umane quattrocentesche sino alla rottura visiva del Novecento cubista. Allora il tema del ritratto umano interagisce con la sua intimità quotidiana attraverso le tele di Rubens e Van Dyck, si racconta nella profonda introspezione dei volti dei grandi ritrattisti del Cinquecento, diventa simbiotica nel passaggio fra sacro e profano del Caravaggio ed in una fantastica cavalcata nei cinque secoli di arte porta alle reminiscenze degli impressionisti per concludersi con la profonda evoluzione del segno grafico di un Modigliani, di un Matisse o di un Pablo Picasso.
L'emozione di trovarci di fronte ad autentici capolavori è assoluta, dove occhi, espressioni, rughe, capelli...tutto è davanti ai nostri occhi e buca come solo i grandi pittori sanno fare. Quello che sembra non piacere è piuttosto il solito allestimento della mostra, decisamente troppo tradizionale. Le pareti bianche, i quadri appesi e a fianco nome ed autore. Forse bisognerebbe fare uno sforzo in più per entrare in un canale comunicativo diverso, in modo da arrivare non solo a quello colto ed informato che da solo è in grado di capire ciò che ha di fronte. Lo spettatore avrebbe bisogno di essere maggiormente guidato in atmosfere ed emozioni, attraverso secoli e luoghi, utilizzando le moderne tecnologie, magari aggiungendo filmati, documentari, scene tratte da pièces teatrali per far calare ogni singolo quadro o autore nel suo mondo e nel suo tempo. Andando oltre queste considerazioni le nostre indagini visuali hanno saputo cogliere i richiami di antichi splendori rimasti indenni, nella loro bellezza, al mutare dei secoli.